Una conseguenza spontanea della mia curiosità, del mio interesse verso il mondo e le cose che succedono. E' una predisposizione naturale al cogliere il linguaggio non verbale, quello dei gesti, delle espressioni, delle posture del corpo.
Tramutare tutto questo in un'abilità fotografica ha significato e significa sviluppare un senso geometrico, fatto di ordine temporale, di proporzioni, di dominanza, di spazi all'interno del fotogramma. E' una ricerca di quello che Cartier-Bresson definiva il momento decisivo. Quando tutto si combina nel modo giusto e per un attimo. Saper riconoscere quell'attimo e in quel momento cliccare il pulsante di scatto. E' tutto qui. Tutto il resto è preparazione: prevedere, pre-visualizzare la foto e muoversi di conseguenza. Ragionare sulla luce, sulle forme, sull'inquadratura e aspettare che la foto 'succeda'.
Questa prima immagine del matrimonio di Michela e Stefano è del momento delle firme sul registro, alla fine della cerimonia. Fase della giornata in cui la tensione degli sposi e testimoni è ormai calata (la frittata è fatta ormai...). E la foto racconta proprio questo. Non sappiamo cosa i soggetti si stiano dicendo, ma non importa. La situazione la leggiamo benissimo così, non ci serve sentire il parlato. Come non ci serve vedere quello che è successo immediatamente prima o immediatamente dopo. Quest'unica immagine è sufficiente per raccontare tutto. E' il linguaggio non verbale. Sono i particolari.
Qui nella fattispecie la mia attenzione è caduta sulle mani: c'è un ordine circolare delle mani dei soggetti che costituisce la struttura grafica dell'immagine: la firma, l'attesa, le congratulazioni. E le mani degli sposi: una con la vera luccicante appena vestita, l'altra impegnata in una conversazione di distensione. Tutto si è combinato in un attimo nel modo giusto, conferendo alla foto coerenza grafica, estetica e narrativa.

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