Prima di tutto, perché non do per scontato che ci sia qualcuno disposto a scomodarsi e venire a sentire quello che ho da raccontare. Qualcuno che giudica le mie foto interessanti e fonte di ispirazione, materiale per apprendere e migliorare il proprio modo di fotografare. Qualcuno che affida a me parte del proprio percorso formativo (cosa che prendo molto sul serio, e che mi auguro i miei studenti recepiscano senza ombra di dubbio).
Poi, perché è indicativo dell'esistenza di un pubblico interessato alla fotografia. Di persone appassionate per qualcosa che richiede educazione, disciplina, studio, lavoro, applicazione. Ingredienti necessari e non innati, quale è il talento, quando c'è. Ma senza i quali il talento da solo finisce per spegnersi come un fuoco senza ossigeno. Di persone disposte ad andare oltre l'apparente banalità dell'atto meccanico di fare una foto. Oltre l'appagamento semplicistico a cui siamo stati viziati dagli innumerevoli modi che abbiamo a disposizione per scattare una foto e rivederla subito.
Quanti miliardi di occasioni abbiamo oggi per scattare foto superficiali, casuali e in ultima istanza inutili (e brutte), ad esempio con i telefonini che tutti abbiamo con noi tutti i giorni, tutto il giorno? Può apparire un processo innocuo, ma in realtà penso che non lo sia. Perché diffonde lentamente ma decisamente un'incapacità a saper riconoscere il bello. Perché ci annacqua il senso critico. Perché ammazza la qualità con la quantità. Perché confonde la scala dei valori, anteponendo i megapixel della macchina fotografica alla capacità tecnica ed artistica del fotografo. O ancora peggio, nella sua declinazione più bassa annega la percezione della Fotografia (F maiuscola) in un brodo qualunquista dove nulla ha più importanza. Né la macchina fotografica, né il fotografo, né tantomeno l'immagine fotografata come forma d'arte.
Ci toglie il piacere di saper assaporare le cose buone. Il binomio iphone (e compagnia smart-phonica in genere) + social network (secondo il meccanismo 'scatta come viene e posta subito') ci sta cauterizzando le papille del gusto. Stanno spegnendoci la fame di 'bello', soffocandola sotto tonnellate di 'nulla'.
E' il processo della globalizzazione e del consumismo che colpisce. E occhio, perché quando non sentiremo più la mancanza del bello, quando non ne sentiremo più il bisogno, sarà il giorno in cui non lo sapremo più riconoscere, anche quando ce l'avremo davanti. Un mondo insipido.
Ecco perché organizzare anche un piccolo, semplice workshop per me è un privilegio. Perché costituisce un'occasione di resistenza. Una nota di speranza. Un'occasione per ribadire la centralità della persona, del suo diritto a godere delle cose belle come l'arte e la fotografia. E guai a lasciare che questa occasione vada sprecata!






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